Newsweek spiega perche’ il sistema dei certificati di emissione non funziona

Lo Schema di Commercio delle Emissioni di CO2 nell’Unione Europea, ovvero quel sistema che dovrebbe garantire il raggiungimento degli obiettivi del Protocollo di Kyoto in termini di riduzione delle emissioni di gas climalteranti è sotto accusa. Entrato in esercizio operativo il 1° gennaio 2005, questo sistema fissa, stato per stato, i limiti e le riduzioni di emissione di anidride carbonica a cui sono vincolati i grandi produttori quali centrali elettriche, raffinerie di petrolio, industrie. Qualora però questi ultimi non riescano ad effettuare in proprio le riduzioni di emissione previste hanno la facoltà di acquistare dei corrispondenti “titoli di credito” che certificano come, in giro per il mondo, qualche altro produttore di CO2 abbia ridotto le proprie emissioni al posto dell’interessato.

Già paragonato al medievale commercio delle indulgenze da varie Ong ambientaliste, questo sistema viene definito una sorta di gioco delle tre carte dalla rivista americana. Spiega Newsweek che nonostante il sistema sia sempre più popolare nelle classi politiche di tutto il mondo, grazie alle lobby che lo sostengono e alla quantità di denaro che fa circolare, di esso non si avvantaggia tanto l’ambiente quanto i broker e i proprietari delle industrie più inquinanti del terzo mondo. I quali incassano profitti reinvestendoli spesso nell’ampliamento delle proprie attività, non essendoci in quei paesi limite di sorta alle emissioni di gas. L’articolo porta ad esempio il caso di un’industria indiana, la Gujarat Fluorochemical, che negli ultimi tre mesi del 2006 ha guadagnato 27 milioni di dollari, il triplo del corrispondente periodo del 2005, grazie alla vendita di certificati di emissione: la società investirà questi soldi nella costruzione del suo nuovo impianto di Teflon e soda caustica, entrambe sostanze altamente inquinanti.

In aggiunta a questo aspetto, si è scoperto nel maggio dello scorso anno che i governi europei, dietro la pressione delle lobby industriali, hanno emesso troppi certificati di emissione vanificando la credibilità del sistema e facendo crollare il costo dei certificati equivalenti a una tonnellata di CO2 dai 30 dollari dell’aprile 2006 agli 1,7 dollari del marzo 2007.

“Il grado di inefficienza dell’emission trading è stato rivelato anche da uno studio pubblicato dalla rivista Nature lo scorso mese. Quasi 6 miliardi di dollari già spesi per abbattere le emissioni di HFC-23, un potente gas climalterante, hanno avuto lo stesso impatto sull’ambiente che avrebbero avuto 132 milioni di dollari spesi in miglioramenti tecnologici. Lo scorso anno le aziende dei paesi che hanno firmato il trattato di Kyoto hanno versato circa 3 miliardi di dollari nelle casse dei peggiori inquinatori del terzo mondo”

prosegue Newsweek. Inoltre “solo il 2 percento del progetto sull’emission trading coinvolge energie rinnovabili quali l’idroelettrica o l’eolica e le comunità che preservano le foreste e seguono altre pratiche eco-sostenibili sono ignorate.”
“Una carbon-tax sarebbe, secondo molti esperti, un sistema molto migliore per l’ambiente ma le nuove tasse non sono molto popolari tra gli elettori” conclude la rivista.

(redazione AESS)

L’Articolo di Newsweek (in inglese)
http://www.msnbc.msn.com/id/17435875/site/newsweek