USA: perplessita’ sui biocombustibili

Fanno discutere negli Usa i risultati degli studi di due professori universitari, Tad Patzek della University of California e David Pimentel della Cornell University , che mettono in discussione la sostenibilità dei biocombustibili rilanciando il dibattito su questo tipo di scelta energetica.

Riportiamo qui di seguito, in sintesi, le posizioni in campo

 

Secondo i critici chi osservasse un campo di mais o di soia per un’intera stagione vedrebbe le seguenti cose: aratura fatta con un trattore, semina effettuata con grandi piantatrici meccaniche, largo utilizzo di diserbanti, antiparassitari e fertilizzanti derivati dal petrolio, irrigazione e raccolta meccanizzata. Insomma: tutto il lavoro gravoso dei campi è oggi compiuto da macchine alimentate a derivati del petrolio. Non è finita qui: occorre anche calcolare il petrolio necessario a trasportare le materie prime agricole fino agli impianti di produzione di biocombustibile e quello necessario a trasportare i combustibili alle stazioni di servizio.

Gli impianti di produzione di biocombustibili sono a loro volta alimentati con una combinazione di elettricità, gas naturale e/o carbone. In questo periodo l’alto prezzo del gas sta portando i produttori di etanolo a costruire nuovi impianti che utilizzino solo carbone ( http://www.csmonitor.com/2006/0323/p01s01-sten.html ), la materia prima più “sporca”, con le più alte emissioni di Co2 per unità di massa di combustibile bruciato.

A questo punto del discorso di solito i neofiti si chiedono come mai gli impianti di produzione di biocombustibili non siano fatti funzionare essi stessi a biocombustibile. La questione, secondo Patzek e Pimentel, è pericolosamente semplice: con gli attuali metodi di produzione i biocombustibili hanno un bilancio energetico negativo. La loro produzione utilizza più energia sotto forma di combustibili fossili di quanta il prodotto finito ne contenga. Poi ci sono i limiti fisici al loro impiego su larga scala: secondo il quotidiano britannico “Guardian” ad esempio, per soddisfare gli attuali consumi petroliferi del Regno Unito con biocombustibili occorrerebbero 25,9 milioni di ettari di terra arabile ma in tutto il paese ce ne sono solamente 5,7 milioni. Inoltre, se tiriamo in ballo il concetto di sostenibilità, occorre calcolare l’erosione dei suoli causati dall’agricoltura intensiva, l’impatto dell’irrigazione sulle risorse idriche e il rischio di veder salire il prezzo del cibo, con conseguenze drammatiche per la fetta di umanità più povera.

Chi sostiene la validità dei biocombustibili invece mette fortemente in discussione queste conclusioni. Secondo Bruce Dale, professore di ingegneria chimica alla Michigan State University, “In termini dettagliati, Pimentel e Patzek usano dati vecchi, impropri e i loro metodi di analisi sono sbagliati e non conformi agli standard internazionali di trasparenza” ” e conclude ” “Invito il Dr. Pimentel a pubblicare i risultati del suo lavoro sull’ International Journal of Life Cycle Analysis, come abbiamo fatto noi per i nostri studi sulla filiera dell’etanolo”. Leon Corzine, presidente dell’associazione statunitense dei coltivatori di mais, sostiene che “Patzek e Pimentel sono gli unici ricercatori dal 1995 che hanno attribuito un bilancio energetico negativo all’etanolo. Gli altri nove studi condotti a partire da allora hanno sempre rilevato un guadagno in termini netti di almeno il 25%”

Nel giugno del 2004 il Ministero dell’agricoltura USA, aggiornando le sue analisi risalenti al 2002, attribuì all’etanolo un bilancio energetico netto positivo per 1.67 a 1.

Analoghi studi svolti in Italia (CTI – progetto Biofit, Brunetti e Vannini – 2002), portano ad un bilancio energetico nettamente positivo (almeno 2 a 1) anche per il biodiesel da girasole, soprattutto se il girasole è coltivato con tecniche a basso input.

 

Studi a confronto

http://www.news.cornell.edu/stories/July05/ethanol.toocostly.ssl.html

http://www.berkeley.edu/news/media/releases/2006/01/26_ethanol.shtml

 

(Redazione AESS)